set 042009
 

E’ lo sfogo di Ivana Summa, preside storica del Minghetti da quest’anno in pensione. “Della scuola di oggi salvo soltanto i ragazzi”


“Quando ti tolgono tutte le risorse, non puoi più fare scelte educative. Per questo io me ne sono andata, dal primo settembre non sono più a dirigere il liceo classico Minghetti dove ho lasciato il cuore. Ma avrei dovuto applicare una riforma che non condivido e perfino tacere. Adesso almeno posso parlare. E credo che dovremmo salire sui tetti di tutte le scuole per difendere il nostro impegno e rifiutarci di considerare importanti istituti come un baraccone da mandare avanti ad ogni costo”. Ivana Summa ha passato il testimone e al vertice dello storico liceo cittadino oggi siede Fabio Gambetti, che arriva dall’Itis Odone Belluzzi. Nel “valzer” delle nomine innescato dal pensionamento di Summa, al Belluzzi è arrivata Antonella Agostinis del Fioravanti e al vertice dell’istituto professionale oggi siede Pasquale Attingenti, “new entry” del panorama bolognese. Ma la preside non dimentica la passione per la scuola, e per una funzione politica “irrinunciabile”.
La polemica tra la preside Turci e il direttore Limina sull’opportunità di fare politica a scuola è stata l’ultima prima del suo addio. Cosa ne pensa?
“Penso che l’operato di un dirigente della pubblica amministrazione ha un significato politico, che la politica è irrinunciabile. Questo non vuol dire schierarsi, vuol dire interpretare le norme invece che limitarsi ad eseguire e tacere”.

Cosa l’ha spinta ad andare in pensione?
“Io ho vissuto, con passione e partecipazione, una stagione storica dell’autonomia scolastica. Un lavoro all’avanguardia. Non potevo assistere a questo impoverimento continuo, allo strapotere di una pedagogia da bar che oramai è ovunque, alla propaganda che ci considera tutti assenteisti e fannulloni. Cosa vuole che le dica, mi è calata la motivazione”.

Non ha voluto rimanere a scuola per tentare di far fronte ai tagli?
“Ma è proprio questo il punto, io ormai come dirigente sono una variabile che non influisce più di tanto. Ho sempre lavorato con entusiasmo, ma adesso non ci sono spazi di manovra, questi tagli stanno travolgendo la didattica. E poi, francamente, dovermi mettere a fronteggiare i fornitori perché non arrivano neanche i soldi per pagare le pulizie…”

Non salva proprio niente della scuola di oggi?
“Certo, i ragazzi, che sono la parte buona. Oggi è così difficile farli crescere. Noi abbiamo allestito anche l’assistenza psicologica per contrastare i disturbi alimentari, ma senza risorse come si fa”.

È tutta una questione di soldi?
“No, è che siamo costretti a stare solo dietro ai numeri, mettiamo tutte le nostre capacità per comporre “spezzatini” d’orario. Io ha conosciuto un’altra scuola. Ho cominciato a 22 anni, subito dopo la laurea, a 30 ero dirigente. Perché mi piaceva studiare e si andava avanti con i concorsi, non si veniva promossi per simpatie politiche. Non posso sopportare l’azzeramento di tutto quello in cui ho creduto profondamente”.

Non basta il riconoscimento di chi ogni giorno siede sui banchi di una scuola di qualità, come è tradizionalmente definita quella bolognese?
“Ma se ormai si sente solo dire che siamo troppi, costiamo troppo, ci assentiamo, sprechiamo risorse pubbliche! Io ho visto ragazzi laureati che ormai si erano abituati alla “stabile precarietà” di un lavoro rinnovato di anno in anno, perdere tutto. Un’insegnante di inglese che l’anno scorso era da noi, bravissima, è rimasta senza lavoro con una figlia e un mutuo da pagare”.

Dal punto di vista educativo, non è quindi tornata la scuola del rigore, come sostiene il Governo?
“La scuola ridotta a carcere non mi interessa. Abbiamo sempre lavorato diversamente, adesso non ci mettiamo a definire l’entità di punizioni che partono dal 5 in condotta”.

Neanche una piccola “consolazione”?
“Certo, noi abbiamo fatto un buon lavoro. La propaganda qui non ha attecchito, i genitori hanno capito e sono stati solidali. Ma io ho già affrontato i doppi turni, le sperimentazioni, lo studio e il lavoro duri. Quello che non posso affrontare è una scuola cui rimane l’unica soluzione della bocciatura dei più deboli”.

“Contro la riforma dovremmo salire sui tetti”
di Eleonora Capelli (“La Repubblica”, 4 settembre 2009)

  Una risposta a ““Contro la riforma dovremmo salire sui tetti” (“La Repubblica”, 4/9/09)”

  1. ?????????

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