mar 292009
 

Docimologia da Bar Sport
di Red Rom

Si cominciano a vedere gli effetti dell’ormai famigerato articolo con cui il Divo Giulio (ci riferiamo al “pensoso” Ministro dell’Economia), nell’estate appena trascorsa, dette il via al blitz su pagelle e valutazione, per reclamare a gran voce il ripristino del voto in numeri (oltre che del voto in condotta) nella scuola di base (elementare e medie). Ricorderete le efficaci bordate dialettiche contro i giudizi, basati su “formule che tendono ad essere ipocrite, psicopedagogiche, tautologiche, caramellose, offensivo-giudiziarie…” e l’altrettanto sicura linea pedagogica: “…tornare a dar i voti come una volta: 10, 9, 8, e così via, perché la verità è semplice; dare un giudizio senza una classifica significa non dare affatto un giudizio reale…”. Come non condividere le lapalissiane considerazioni che “i numeri, possono, tra l’altro, riflettere una media…”, che con gli aggettivi “si fa solo confusione”, che “tutti i fenomeni significativi sono misurati con un numero” (terremoti, moto marino, temperatura, ecc.). E perché non aggiungere, diremmo noi, la valutazione dei calciatori il lunedì mattina al Bar Sport, con corredo di Gazzette e “processi al campionato”.
Ma l’ironia finisce qui, perché forse si deve proprio a quell’editoriale del “Corriere della Sera” se nella serata del 1° settembre 2008, il Consiglio dei Ministri si impegnò nella veloce stesura del Decreto-Legge 137 (poi convertito in legge 169/08) in cui ben due articoli – il 2 e il 3 – erano dedicati al ripristino del voto in condotta per tutti e dei voti numerici nel primo ciclo. Così, dopo 31 anni in cui il voto in numeri non faceva più parte del guardaroba dei nostri allievi (accantonato dalla legge 517/1977, quella –per intenderci- che apriva all’integrazione dell’handicap, alla programmazione collegiale, al rapporto con il territorio) ha fatto la sua felice ricomparsa –per ragioni di urgenza!- con il viatico dei colori tenuti del balconcino delle conferenze stampa di Palazzo Chigi. Ormai, si sa, non conta più il Parlamento –con le sue faticose argomentazioni e mediazioni- ma si impongono le nuove “agorà” della democrazia mediatica e sbrigativa (“Porta a Porta, in primis”).

Dal Decreto alla sua conversione in Legge… i ripensamenti del Parlamento

Due articoli buttati giù in fretta e furia, con tanto di errori grammaticali (corretti da un provvidenziale emendamento Devoto-Oli), e con vistosi scivoloni pedagogici, su cui ci siamo tutti esercitati. Come evitare che una sola insufficienza, magari in una disciplina marginale, non porti diritto alla bocciatura? Come certificare le competenze con voti in decimi (e l’Europa ancora sta a ridere…)? Come immaginare che il maestro unico debba bocciare gli alunni solo “all’unanimità”, con se stesso ?(“…mi vengono dei pensieri che non condivido” –ebbe a dire il sulfureo Ennio Flaiano).
Insomma un pasticciaccio, ben rivelato anche dai volonterosi ordini del giorno approvati dalla Camera dei Deputati all’atto della conversione dell’”intoccabile” decreto-legge. E’ scontato che l’opposizione abbia cercato di mettere alcuni paletti alla cultura della valutazione formativa, che rischia di essere travolta dalla semplificazione del voto . E’ meno scontato che i Deputati di maggioranza e minoranza (da Aprea-PDL a Ghizzoni-PD) abbiano approvato insieme un ordine del giorno “bipartisan”, per chiarire alcune questioni preliminari alla gestione dell’operazione “ritorno al voto”. L’odg impegna il Governo: “ad accelerare, attraverso il contributo scientifico dell’INVALSI, la definizione dei descrittori dei livelli di apprendimento disciplinare del primo e del secondo ciclo, nonché il profilo in uscita atteso per ogni studente al termine di ogni singolo percorso di studio, tenendo anche conto della disabilità e dei disturbi specifici di apprendimento, affinché l’assegnazione dei voti, l’attestazione dei risultati raggiunti e la certificazione delle competenze corrispondano a conoscenze, abilità e competenze comparabili e misurabili tra scuole e, più generalmente, a livello nazionale”.

Oltre e dietro il voto

Si capisce, insomma, che c’è ben altro dietro il voto: che un “6” non è –di per sé- più chiaro, oggettivo e trasparente di un “sufficiente” (questo sarebbe il grande cambiamento avvenuto con il decreto?), se non si chiarisce cosa stiamo valutando (conoscenze, abilità, competenze…), sulla base di quali criteri (progresso dell’allievo, standard di riferimento, soglie assolute ecc.), utilizzando quali strumenti di verifica (osservazioni, prove tradizionali, prove strutturate, prodotti degli allievi ecc.). per non parlar poi della connessione con il tema della valutazione autentica (allora, il lavoro sul portfolio? tutto da buttare?), dell’autovalutazione, della descrizione degli apprendimenti, della certificazione delle competenze e del suo significato.
E a monte, una domanda ancora più impegnativa: qual è il significato della valutazione in una scuola di base? Dovrà aiutare a “discriminare” meglio i risultati degli allievi (usiamolo pure in termine tecnico) o dovrà contribuire a stimolare il miglioramento continuo dei processi di apprendimento? Dovremo ripristinare le bocciature, così si capirà che un 5 è un 5, altro che giudizi fumosi… (oggi alle medie si boccia al 3,5%, ma indagini serie ci dicono che il 20% degli allievi non è sufficiente in discipline fondamentali come la matematica e le lingue straniere). Oppure dovremo, ancora una volta impegnarci in quel compito difficile e quasi impossibile, che è stare accanto ad ogni ragazzo per ottenere da lui il massimo e portarlo verso traguardi accettabili per farne un cittadino a pieno titolo? Ecco un bel dilemma, tra personalizzazione (che può essere rinunciataria) e standard di apprendimento (che possono apparire una costruzione artificiosa).